Fu deportato a 18 anni e mori a Mauthausen, ora le spoglie di Mario Nanni tornano nella sua Migliana. In Provincia la camera ardente

Mario Nanni

Finalmente Mario Nanni, deportato a 18 anni a Mauthausen e morto pochi giorni dopo la liberazione del campo degli orrori, è tornato a Prato. I suoi familiari (in particolare il nipote che porta lo stesso nome e cognome), poche settimane fa, con grande emozione sono riusciti a riportare i poveri resti di quel bel ragazzo di Migliana che lavorava alla fabbrica Sbraci di Vaiano e consegnarli temporaneamente alla pietosa custodia della Misericordia di Prato. La Provincia di Prato, il Comune di Cantagallo, l’Associazione nazionale ex deportati (Aned), insieme al Museo della deportazione, hanno deciso – con la famiglia (quattro sorelle sono ancora vive), di dedicare a Mario la giornata di martedì 6 settembre – il 7  pomeriggio di svolgerà la cerimonia religiosa a Migliana – perché il suo sacrificio divenga memoria e patrimonio condiviso di tutta la comunità. Alle 10 e fino alle 19 di martedì 6 settembre in Provincia resterà aperta la camera ardente per l’omaggio pubblico  nella sala ovale di Palazzo Buonamici (via Ricasoli,17). Alle 17 nel salone consiliare della Provincia si svolgerà la solenne commemorazione. Dopo i saluti dei presidenti Giuseppe Maroso e Lamberto Gestri e del sindaco di Cantagallo Ilaria Bugetti interverranno il presidente dell’Aned di Prato, Giancarlo Biagini, e la direttrice del Museo della Deportazione, Camilla Brunelli.  Il 7 settembre Mario Nanni tornerà definitivamente nella sua Migliana. Qui è prevista la cerimonia religiosa con la partecipazione delle autorità per le ore 15.30. La solenne concelebrazione sarà presieduta da monsignor Carlo Stancari. Poi verrà tumulato nel piccolo cimitero del paese, in uno spazio messo a disposizione dal Comune di Cantagallo.
E’ stata la determinazione della famiglia e la collaborazione con la Provincia di Prato, il Comune di Cantagallo, il  Museo della deportazione e l’Aned a permettere di raggiungere l’obiettivo di riportare a casa di resti di Mario Nanni. La famiglia era venuta a conoscenza negli anni Settanta che Mario, penultimo di otto fratelli,  era sepolto nel cimitero militare italiano di Mauthausen. Era morto di tubercolosi nei giorni immediatamente successivi la liberazione del campo da parte degli americani, e questo aveva permesso che fosse identificato e sepolto. Un medico milanese che l’aveva assistito e si era salvato era riuscito a stabilire poi contatti con la famiglia.
Mario – come ricostruisce Camilla Brunelli, direttrice del Museo della deportazione – venne arrestato, probabilmente il 7 marzo del ‘44 nei pressi del Fabbricone,  dai fascisti della Repubblica sociale italiana nel corso della retata che era stata ordinata in seguito allo sciopero generale, organizzato in tutto il Centro nord come atto di resistenza civile,  dal Comitato di liberazione nazionale. Il giovane era di ritorno da Firenze, dove era andato a trovare alcuni parenti. Con lui furono oltre centotrenta i pratesi catturati per le vie di Prato, attraverso una indiscriminata caccia all’uomo. Imprigionati al Castello dell’Imperatore, consegnati ai nazisti e trasferiti alle Leopoldine di Firenze, e infine  deportati con i famigerati vagoni piombati a Mauthausen. Ne tornarono soltanto diciotto. Tra questi c’era l’indimenticato Roberto Castellani che aveva la stessa età di Mario e trascorse con lui i primi mesi di prigionia nel sottocampo di Ebensee. Furono divisi quando Roberto, per stare accanto all’amico malato, saltò un turno di lavoro (era addetto alla manutenzione dei giardini delle SS). I kapò punirono Roberto e lo mandarono a lavorare in galleria in condizioni atroci, mentre Mario finì in infermeria a Mauthausen.
Per decenni l’Aned, durante l’annuale “viaggio della memoria” non ha mai mancato di andarlo a trovare. “Era diventato un simbolo, l’unico sulla cui tomba poter piangere – commenta Camilla Brunelli -  I rappresentanti del Comune di Cantagallo deponevano una corona vicino a quella piccola croce con la foto di un giovane ragazzo, come tanti che il nazifascismo, con il suo progetto di asservimento e annientamento, ha cercato di cancellare”.

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