PRATO SCOMPARSA/La “nuova” Stazione Centrale, all’epoca l’edificio era addirittura sovradimensionato per Prato

Dopo aver trattato la Stazione del Serraglio, mi sembra giusto e conseguente parlare della Stazione Centrale, anche perché sono stati due elementi fortemente conseguenti l’uno all’altro.
All’inizio del ventesimo secolo, la Stazione del Serraglio fu leggermente potenziata, ma il fine ultimo della strutturazione dell’asse ferroviario era una via alternativa verso Bologna, dopo che l’originario progetto del pratese Carlo Martelli era stato accantonato da sessant’anni per realizzare la Porrettana. Dopo il 1910 già si pensava a localizzare la nuova stazione, scegliendo la zona antistante via Firenze, e nel 1915 fu presentata la prima planimetria del progetto originario, realizzato dall’architetto Fioretti, che si sviluppava in una sorta di castelletto merlato, con torre centrale, in un gusto finto antico tipicamente in voga in quegli anni: parallelamente a Prato, infatti, venivano costruiti edifici finto-medievali, come l’attuale sede della Pubblica Assistenza o la chiesetta di Sant’Anna (qualche anno dopo, 1926).
Nel 1916 già si era pronti per l’esproprio di alcuni terreni e fabbricati in piazza San Marco e antistanti Porta Fiorentina, che determineranno il massiccio e discutibile piccone demolitore che di lì a dieci anni avrebbe distrutto non solo una vasta porzione di mura e la porta stessa, ma anche come si sa, gran parte del Cassero Medievale, il tutto per creare il moderno viale che dal cuore del centro raggiungesse la futura stazione. Gli eventi bellici della prima guerra mondiale ritardarono il progetto, e la cerimonia della posa della prima pietra fu eseguita solo nel 1921, pensando al progetto Fioretti.
In realtà, ciò che si andò a costruire, e che tutt’oggi fa bella mostra di sé, e un secondario progetto che era stato congeniato dal professor De Margheriti, opera sicuramente magistrale, e considerata all’epoca molto moderna e funzionale, sebbene esteticamente risulti in ritardo su gusti e modi ottocenteschi, di massicce proporzioni, dunque all’epoca anche sovradimensionata rispetto alle esigenze, e fu infatti commentata giornalisticamente come “la nuova, sovradimensionata e retorica porta della città”.
La costruzione avvenne tra il 1929 ed il 1934, all’inaugurazione erano presenti il ministro Di Crollalanza ed il Re Vittorio Emanuele III, il tutto era inserito nel progetto di quella che divenne La Direttissima verso Bologna, dovre di lì a poco avrebbero sfrecciato i modernissimi ETR 200, la primissima alta velocità delle nostre ferrovie. Dell’inaugurazione di stazione e Direttissima sono presenti anche interessanti immagini filmate nell’archivio dell’Istituto Luce.
Sovradimensionata ma molto bella, la stazione centrale si distingueva per il grande fronte coronato nel timpano dal classico orologio, frontoni e cornicioni imponenti, che essendo stati costruiti dopo il 1922 furono anche caricati con gli “abbellimenti” imposti dal regime fascista. L’interno originale è documentato da rare foto d’epoca, ma degli arredi e allestimenti di allora non è rimasto niente. Interessante la pavimentazione a mosaico, tolta recentemente nel corridoio del sottopassaggio, ma presente nel salone centrale, dove salta subito all’occhio un grande disegno, sotto il quale si leggono date di costruzione (1934) e ricostruzione (1947). Infatti, durante la seconda guerra mondiale, l’edificio fu parzialmente distrutto dai bombardamenti, ma fu prontamente ricostruito mantenedo il progetto fedele all’originale di De Margheriti.
La foto che riporto (proprietà di Fiorello e Carlo Innocenti, che ringrazio) testimonia una rara immagine della stazione appena costruita. Recentemente restaurata in alcune parti, la stazione centrale non ha perso la sua imponenza, tuttavia gli interni sono oramai invasi da attività commerciali, insegne elettroniche e tanti, troppi, schermi e banner pubblicitari, a cui forse sarebbe il caso di dare un’immagine meno invasiva e più rispettosa della storicità dell’edificio.

Daniele Nuti
Prato Scomparsa

PRATO SCOMPARSA/A Prato arriva la ferrovia e i binari vengono fatti passare… sopra le mura medievali

Come in ogni centro che nell’800 si apprestava  a modernizzarsi, anche per Prato arrivò la ferrovia. In un periodo storico in cui fu utilizzato un massiccio piccone demolitore in città, la Ferrovia Maria Antonia fu un ambizioso progetto che nasceva da Firenze per collegarsi prima a Prato (1848) e poi a Pistoia (1851). In questo periodo di progressi, non si badava molto alla conservazione dei beni storici, fu così che per la nostra città si venne a determinare uno scempio architettonico gravissimo: il piano dei binari poggiato sulle mura medievali. L’ingresso del treno al centro della città, che tutt’ora arriva passando sul fiume Bisenzio, usufruisce di un tratto che coincide esattamente con il lato di mura che va dall’antico bastione dei Giudei, e che passando sopra all’angolo a nord ovest delle mura, il Bastione delle Civette, lascia la città in direzione Pistoia. Ma perché uno scempio? Nel momento in cui, sia come stazione di testa, sia come passaggio, il Serraglio inizio ad essere un tratto transitato, la struttura determinò un peso eccessivo sull’omonima porta, creando gravi danni all’apparato medievale, ed addirittura l’impossibilità di poter aprire il portone. Successivamente questo lato di mura divenne progressivamente trascurato, e in poco tempo, il lato nord della città, a causa di questo abbandono della Porta, si legge che fu teatro di traffici illeciti, prostituzione e contrabbando. Per ovviare a tali problemi, e rendere agibile gli accessi anche da questa parte della città, si abbatterono le mura, e si costituirono i terrapieni tuttora in essere trasformando l’antico portale in un cancello (come accadeva anche per la Porta Fiorentina in San Marco).
La foto che prendiamo in esame ritrae via Cavallotti e la Stazione ed indicativamente è databile dalla fine dell’800 all’inizio del ’900. Si notano innanzitutto i portali originari, quello di destra, più vicino all’obiettivo del fotografo è attualmente murato, quello centrale era stato già demolito negli anni ’50, per la prima storica ristrutturazione, con le fattezze con cui è perdurata fino al 2002, insieme al portale di sinistra, poi chiuso per l’eliminazione del corrispettivo sottopasso.
Sul livello dei binari si notano gli antichi apparati, che sembrano la stazione di “C’era una volta il West”, sono i capannoni ottocenteschi scomparsi quando agli inizi degli anni ’30 è stato costruito l’edificio in stile razionalista del Consorzio Agrario di Firenze, rimasto per sessant’anni a caratterizzare quella zona per la sua mole, e poi demolito nel 1998. Uno di questi edifici ottocenteschi, una rimessa, ha resistito fino ai lavori del 2002 che hanno rivoluzionato tutta l’area. Va anche ricordato che negli anni del primo novecento, il capostazione era il padre dell’attrice pratese Clara Calamai, e la sua casa natale, anch’essa distrutta, si trovava proprio accanto alla ferrovia.

Daniele Nuti
Prato Scomparsa

LA NOSTRA STORIA/Dare un nome alle strade: dal Cinquecento ad oggi un cammino che ha portato a oltre 1.500 denominazioni di vie e piazze

Visto l’interesse suscitato con l’articolo riguardante la toponomastica stradale, ci sembra opportuno integrare quanto scritto con notizie e ricerche poco note. Scorrendo la storia molto articolata di questa materia, incominciamo dalle origini, precisando innanzitutto che l’assegnazione dei nomi alle strade ha seguito un percorso storico parallelo al Paese, con l’attribuzione alle arterie viarie cittadine di denominazioni in sintonia con le altre realtà comunali. Questo fino all’alba della vorticosa espansione edilizia, quando a cominciare dagli anni Cinquanta iniziarono cospicue lottizzazioni delle periferie italiane con la conseguente edificazione di aree destinate fino ad allora all’agricoltura.
La nascita di nuove strade richiese, specialmente dopo il censimento del 1951, una massiccia attribuzione odonomastica nelle zone più disparate. Vennero intitolate vie a partigiani, fiumi, pittori, musicisti e quant’altro veniva in mente alle Commissioni appositamente istituite spesso inadeguate al difficile compito. Risalgono invece al 1931 le disposizioni attuative impartite fino dal 1921 in occasione del Censimento generale della Nazione, ma divenute improrogabili dopo il Concordato del 1929 nel quale una norma rivedeva anche la tenuta del Registro della popolazione. L’allora Podestà dovette uniformarsi ai rigidi precetti statali, deliberando una revisione delle strade e delle piazze di Prato “… Visto l’elenco delle vie e piazze che fino ad oggi non hanno avuto alcun nome, di quelle che debbono cambiarlo, di altre che hanno una denominazione dimenticata e che occorre riconoscere, di vie e strade che hanno bisogno per un tratto di una nuova denominazione perché divise da piazze il cui nome è necessario sostituire perché quello che è loro attualmente in uso è ridicolo o ripetuto in altre località del Comune o di nessun significato.”. Così recitava la delibera comunale.
Antecedentemente verso la fine del Cinquecento il problema della manutenzione stradale fu affrontato in tutto il Granducato di Toscana. In quella occasione furono imposte alle comunità ferree regole per la manutenzione delle strade maestre, strade normali, stradelle, vie, viette, fossi o fossoni, rij, rigoni, vignoni, borri, dogaje, ecc. Per Prato fu incaricato dei lavori di mantenimento Giovanni di Michele Migliorati, sostituito nel 1597 da Vincenzo Geppi.
Tornando ai nostri giorni si rileva un altro aspetto fino ad un decennio fa trascurato e che riguarda le notizie attinenti le persone, i fatti o i luoghi incisi sulle targhe. Sempre con riferimento agli anni Cinquanta del secolo scorso, la città di Prato ha conosciuto un incremento demografico difficilmente riscontrabile in altre località, con l’arrivo e la rapida integrazione di migliaia di nuovi immigrati da molte Regioni italiane. Ebbene, questa massa di persone insediatasi stabilmente ha incominciato a guardarsi attorno, cercando di conoscere più a fondo l’ambiente dove aveva deciso di trascorrere la sua esistenza.
Tra le molteplici domande rivolte dai nuovi cittadini in merito al territorio nel quale vivevano, diverse sollecitavano la dovuta spiegazione sul significato di vari toponimi, molti dei quali ignoti anche ai pratesi. Chi scrive propose al Comune, nel 1999, la stesura di una storia delle strade di Prato, non solo per soddisfare la legittima curiosità dei pratesi vecchi e nuovi, ma anche e specialmente per stabilire un punto fermo su questo aspetto molto trascurato della città. La realizzazione della complessa ed onerosa ricerca su 1500 vie, prevedeva anche un fondamentale contributo delle scuole medie che per vari motivi che spiegheremo nel prossimo articolo, non andò a buon fine malgrado l’alto valore didattico che ne poteva scaturire.

Alessandro Assirelli

PRATO SCOMPARSA/Dimenticare la storia: la Villa de Le Sacca abbandonata a se stessa dopo una vita di splendori

Poco sotto la collina di Spazzavento, a nord della città, è possibile osservare un edificio che da decenni è ridotto in rovina, e che ha sempre rappresentato particolare fascino per generazioni di ragazzi che sono entrati ad esplorarlo, la celebre Villa de Le Sacca, storica residenza estiva del Convitto Cicognini, e infatti più noto con l’erroneo nome di “Cicognini vecchio”, come se si trattasse di una sede precedente all’attuale. La struttura resiste nonostante la completa indifferenza di chi gestisce città e territorio, ma si sta sgretolando come ghiaccio al sole, ed è un vero peccato. Il valore storico e artistico del complesso è inestimabile, l’origine risale addirittura al 1276, come “Monastero di S. Maria a Gamberondoli”, con le monache dette “insaccate” per via dei loro particolari abiti talari, da qui il nome Le Sacca, ma all’inizio del ’400 furono i monaci Olivetani ad ereditarne la struttura, che nel mentre era divenuta “Badia di Monte Uiiveto”, e nel tempo si fecero importanti lavori di ampliamento. Nel 1775 si hanno importanti cambiamenti, e l’edificio iniziò ad essere come noi lo conosciamo, con il grande fronte a solai che andò innestandosi nell’antica struttura a volte a crociera. Fu così trasformato nel momento in cui il granduca Leopoldo donò questo insediamento al Real Convitto Cicognini, e fu da allora che venne ininterrottamente usato come descrito sopra, fino all’avvento della seconda guerra mondiale.
Tra i personaggi famosi, convittori storici, che sono passati da qui, non possono non essere citati Gabriele D’Annunzio e Curzio Malaparte, quest’ultimo rimastovi fino al 1915, e più volte ha ricordato quel periodo, come ad esempio ne “la Pelle” dove scrive: “… lo guardavo le case di Coiano e di S. Lucia, laggiù oltre il fiume i cipressi delle Sacca, la cima ventosa dello Spazzavento e dicevo a Jack: là è il paese della mia infanzia.”
Dopo il secondo conflitto bellico, la villa divenne ricovero per gli sfollati di guerra, come accadeva anche al Castello dell’Imperatore e altri luoghi della città, dopodiché è iniziato il lento declino, e da fine anni ’60, di fatto, la struttura è rimasta abbandonata a se stessa, e progressivamente si sta rovinando in maniera devastante, nonostante gli utili lavori degli anni ’70/’80 in cui furono restaurati e rifatti gran parte dei tetti, compresi quelli dell’annessa chiesetta.
Oltre al naturale corso del tempo, la struttura è stata rovinata dai vandali, già dagli anni ’70, oltre che balzata alle cronache cittadine per presunte attività occulte al suo interno, nonché dilapidata addirittura dei gradoni di marmo e alcune decorazioni e materiali laterizi. Tanti mattoni delle murature sono stati utilizzati per tappare porte e finestre, tutto ciò è documentato in rete da alcuni appassionati che hanno documentato fotograficamente l’attuale stato di degrado.
Una fine ingloriosa per un luogo di così elevato interesse storico, ed è assolutamente uno scandalo che si lasci rovinare ciò che se recuperato, potrebbe diventare un polo turistico e culturale magnifico. Nelle foto si vede chiaramente l’impietoso e triste confronto tra il passato e i giorni nostri.

Daniele Nuti
Prato Scomparsa

PRATO SCOMPARSA/Anche negli anni Venti le strade di Prato erano pericolose: ecco un incidente in via Bologna

Lo scatto in oggetto (foto Massai) del quale ringrazio l’amico Fabio Rossi, è un’interessante testimonianza d’epoca di via Bologna, un’istantanea scattata presumibilmente negli anni ’30/’40, in un tratto stradale tra i più importanti della città, all’altezza di San Martino, dove il panorama è molto diverso da ora, ma riconoscibile agli occhi più attenti.
Iniziamo col dire che si tratta di una vera e propria foto giornalistica, facente parte di alcuni scatti nelle varie direzioni, non mi è noto se l’episodio immortalato sia stato descritto, ma si capisce che è un incidente automobilistico di una certa gravità, e la rarità delle auto in circolazione all’epoca avrà anche amplificato l’evento.
L’angolo sinistro della foto è l’inizio di via Cantagallo, con la chiesa tutt’ora esistente, ma l’edificio ad essa attaccato non esiste più, o forse l’attuale è comunque una sua modifica, attualmente suddiviso in due parti, e quella bassa, appoggiata all’abside è un’autoscuola. Poco più su, la fabbrica in stile razionalista sembra essere meno larga rispetto ad oggi, dopo di essa la palazzina è quella che per tanti anni ha ospitato la celebre “Terrazza paradiso” con annessa pista da ballo, attualmente l’edificio ha un piano in più e da anni la pista è scomparsa per lasciar posto ad una villetta.
Il lato destro della foto mostra quanto fosse stretto il passaggio, visto che i caseggiati su questo lato, che a giudicare dalle fattezze avrebbero sicuramente avuto pregio storico, ora non esistono più, una vera Prato scomparsa.

Daniele Nuti
Prato scomparsa

LA NOSTRA STORIA/La schiatta dei Guiglianti, violenta e prepotente, e ora punita con una targa sbagliata nella via a loro dedicata

A proposito dell’articolo di Alessandro Assirelli suegli errori nella toponomastica pratese, un lettore di NdP, Daniele Ceccherini, ci ha inviato questa lettera, che pubblichiamo con la risposta di Alessandro Assirelli.

Abito in Via Guilianti a Prato, il toponimo della strada è errato.
Quando nel 1911 venne rifatto, inspiegabilmente la strada in cui vivo ha cambiato nome, da Via Giulianti (casata pratese del medio evo) in Via Guilianti, tanto da farmi letteralmente impazzire, quando a mia figlia in terza elementare venne dato come compito a casa “ricerca le notizie ed origine della via dove abiti”.
A quel punto  ho pensato, perchè non ho comprato casa in Via Roma? Ma armato di buona volontà e di mezzi tecnologicamente avanzati, mi metto a cercare! Boh, da nessuna parte si trova “GUILIANTI” . Fortunatamente ho chiesto a Don Fantappiè, noto storico, il quale mi confermava che la strada era stata intitolata alla casata dei Giulianti. Altra chicca; spesso la via Guevara viene indicata negli indirizzi come Via Che Guevara! Non era meglio inserire nella tabella il nome e cognome? Ernesto Guevara!
(Daniele Ceccherini)

Ancora oggi si legge nella targa stradale il nome Guilianti. L’equivoco si materializzò a seguito della deliberazione della Giunta comunale del 20 aprile 1911, nella quale era correttamente scritto “Guiglianti”.  Il segretario generale del Comune Vannini aggiunse di sua mano Guilianti, a seguito di una lettera dell’avvocato Anatolio Cecconi, studioso di cose pratesi, il quale sceglieva la versione più semplice del nome della famiglia.
Secondo il conte Giuseppe Maria Casotti, la famiglia dei Guiglianti è antica e nobilissima in Prato anzi: casa di Cavalieri. Il suo stemma è uno scudo bianco intraversato in tralice pieno di rose in croce rosse. L’Arme si vede ancora (lo afferma il Casotti nel 1700) a un arco accanto alla porta di fianco di san Domenico. Questa famiglia ha avuto, alla fine del Trecento, un canonico a Verona, certo Lante di Arrigo.
I Guiglianti avevano un oratorio detto di santo Stefanino de’ Guiglianti, dove una volta i Fabbri e i Maniscalchi festeggiavano il patrono. La chiesetta fu, prima di essere definitivamente abbandonata per le pessime condizioni dell’edificio, al centro di aspre dispute ereditarie.
Molti componenti di questa schiatta furono protagonisti di atti di prepotenza, spesso gratuita ed ingiustificata. Essi potevano vantare, già sul finire Duecento, una lunga tradizione di partecipazione politica, sostanziata da cariche di rilievo e insieme da episodi di dura conflittualità, fra i quali quello che li vide protagonisti nella faida che finì col coinvolgere gran parte della classe dirigente pratese nel 1278, schiudendo di fatto la porta al governo popolare.
Ma azioni sovversive continuano da parte loro (o almeno ad opera di alcuni membri di questa famiglia) anche durante il regime degli Otto, al quale forse rimproveravano di non essere tenuti nella considerazione dovuta, anche se diversi di loro avevano l’opportunità di accedervi come successe per Tartarino Guiglianti. Al contrario meraviglia in realtà che si sia continuato a riservare spazio a costoro nei governi popolari, particolarmente dopo il gravissimo avvenimento del settembre 1312. Ne fu avvisaglia, apparentemente senza nesso, il turpe episodio del ratto e della violenza a una ragazza che si era recata nottetempo nella vigilia della festa del Cingolo a visitare la Pieve; il giorno seguente, approfittando dell’animazione della festa e della fiera, scoppiò in più luoghi di Prato una preordinata sommossa che risultò capeggiata da cinque Guiglianti; i rivoltosi arrivarono a circondare il palazzo del Capitano lanciando pietre e altri proiettili contro l’edificio, gridando «mora mora» e «al fuoco, al fuoco» e solo la tempestiva mobilitazione delle compagnie popolari armate riuscì ad attenuare il tumulto, benché il gonfaloniere della compagnia dell’Orso, per l’appunto un Mazzeo di Beccarugio Guiglianti, non fosse accorso com’era suo obbligo alla testa del proprio contingente. Per il tentato golpe vennero inquisite come maggiori responsabili nove persone e di queste sette condannate a pene molto pesanti. Tra loro i Guiglianti, i quali avevano peraltro giudicato conveniente allontanarsi per tempo da Prato, e ai reiterati ordini di apparizione al processo non riscossero rendendosi contumaci.
I locali dell’oratorio citato erano situati in via Cesare Guasti, al quadrivio formato da via Carraia e via dell’Altopascio, mentre molte proprietà fondiarie si trovavano un po’ in tutte queste strade.

Alessandro Assirelli

L’APPELLO/Il Metastasio torni ad essere la casa della lirica: in città ci sono gli uomini e i mezzi per farlo

C’è un fantasma che si aggira, nottetempo, nella sala del Teatro Metastasio. Ha sembianze mutevoli, talvolta è un uomo aitante e veste l’uniforme di Don Jose – ha il volto del tenore Galliano Masini, in ‘Carmen’- e si appoggia, spavaldo al parapetto della  ‘barcaccia’, il palco di proscenio un tempo riservato alla stampa. Poi, la figura diventa evanescente. ed ecco apparire  una splendida immagine femminile che indossa l’abito sontuoso di Floria Tosca. E’ lei, il  grande soprano pratese Iva Pacetti. E la folla di cantanti d’opera che nelle notti immaginarie ritornano, e si affacciano dal boccascena è infinita. Tutti vogliono rivedere  il vecchio teatro, dal quale la lirica è stata cacciata.da tempo.
Ma torniamo ora in  terra,  lasciando le  fantasie oniriche. Roberto Giovannini, sindaco indimenticabile, quello che si batté da solo e duramente in Consiglio Comunale per il restauro del locale, riuscendo a convincere tutti, scriveva nel 1957: “Il Metastasio non  dovrà essere un ‘Politeama’ ove si faccia un po’ di tutto, prosa, lirica, varietà, concerti, veglioni e poi conferenze, prediche e comizi. No! il Metastasio dovrà servire soltanto al suo uso naturale per la lirica, i concerti e la prosa. A null’altro!”.
Caro Giovannini, che cosa direbbe oggi vedendo il ‘suo’ Teatro nuovamente affittato da tempo a comizi,  convegni e riunioni di vario genere? Ma intendiamoci il Metastasio è ben diretto, ha un presidente come Umberto Cecchi, che è l’uomo giusto al posto giusto; due grandi registi come Magelli, del quale ho seguito negli  anni la sua  crescente fama internazionale, e Luconi che fra l’altro ha realizzato documentari di grande valore e poi è un ‘malapartiano’ come me… Ma, francamente, nella  Commissione figurano anche personaggi  messi a scaldare le poltrone unicamente per meriti politici. In altre parole fra i dirigenti non c’è un musicologo di vaglia, qualcuno che possa autorevolmente rammentare quando si stendono  programmi, che a Prato esiste (o esisteva) una grande cultura operistica, e che i pratesi non accetteranno mai la cacciata della lirica dal loro Teatro.
Già mi pare di sentire  il solito vieto ritornello: “Non si può fare l’opera perché costa troppo”. Ma questa giustificazione non  ha più valore oggi: ci sono teatri che si collegano fra loro e mettono in scena spettacoli di ottimo livello, dando  spazio a giovani direttori e cantanti.
La lirica a Prato non è ancora sparita, in citta ci sono giovani musicisti, cantanti, coristi che  con pochi mezzi e tanto entusiasmo  organizzano recite liriche all’aperto capitanati  dal  regista Goffredo Gori, tutti uniti dalla passione musicale. Certo, il Metastasio ha   bisogno di esperti, ma abbiamo la fortuna di avere  maestri  come Alberto Batisti e Roberto Becheri. E allora lasciatemi sognare  che i cartelloni futuri ci restituiscano  la lirica, annullando per sempre quel grande vuoto della vita musicale pratese. Fateci dimenticare l’irrisione ricevuta dai direttori del Teatro che in passato ignoravano le nostre richieste come  inconsistenti perché provenivano dai ‘quattro gatti della lirica’. Il nostro Teatro non può oggi proporsi solo  come  palcoscenico della prosa. Questo sarebbe una evidente abdicazione alla sua  funzione. La lirica  non muore e sicuramente, prima o poi, tornerà al Metastasio. E, per finire. ricordiamo quello che Thomas Edison, nel 1920 scrisse a Giacomo Puccini:: .”.men die and goverments change, but the songs of ‘la Boheme’ will live forever” (..gli uomini muoiono, i governi cambiano, ma le arie della ‘Boheme’ vivranno per sempre).

Luciano Magnini

LA NOSTRA STORIA/Quanti strafalcioni nella toponomastica stradale: tutti gli “orrori” che nessuno ha ancora rimosso

Oggi la nomenclatura stradale è uno dei mezzi più conosciuti, semplici ed efficaci, di divulgazione delle testimonianze culturali, della storia e delle tradizioni di un centro abitato.  Ogni targa di marmo solennizza per sempre, anche quando negli uomini si affievoliscono i ricordi, le tappe più significative di una comunità consegnando ai posteri un’attestazione che non cade nell’oblio, ma in qualsiasi momento è all’attenzione di un numero più o meno consistente di abitanti. Basti ricordare che nella quasi totalità delle città italiane, si trova presente nella viabilità locale il nome di Giuseppe Garibaldi e quello dei giudici Falcone e Borsellino, a differenza degli inglesi che sono molto restii ad intitolare a qualcuno una strada benché anche Prato abbia avuto in passato la sua Piazza degli Inglesi.
Con questa breve considerazione si può affermare che la base della cultura di ogni comunità, inizia dalla toponomastica che nel tempo la popolazione si è dotata intitolando strade e piazza ad eventi o persone di rilievo locale, in aggiunta a quelle di rilevanza nazionale e recentemente europea.
Sfortunatamente i delegati alla custodia di queste fondamentali memorie, gli amministratori pubblici, rimangono indifferenti e non alzano un dito per verificare, divulgare  e correggere eventuali errori. Chi scrive ha speso un lustro per redigere una storia delle strade di Prato, attualmente visibile nel sito web della rete Civica.
Anche i diversi appelli alla costituzione di un Assessorato al decoro urbano non hanno avuto riscontri, nemmeno quando nel 2008 la Giunta comunale accolse alcuni suggerimenti deliberando, con atto n°480 del 21 ottobre, la revoca con successiva correzione dei madornali errori incisi sui cartelli stradali. Malgrado i solleciti all’allora assessore alla Cultura e suoi successori, un atto deliberativo ufficiale del Comune è rimasto lettera morta.
Pertanto riproponiamo gli svarioni stradali più sensazionali contenuti nella delibera citata e mai attuata, affinché i pratesi vecchi e nuovi rivendichino il loro diritto ad una informazione stradale esatta e non approssimativa come attualmente la città propone.
Il primo cartello da sostituire è quello di Via Firenzuola che indica sia una località che uno scrittore; l’esatta dizione sarebbe Via Agnolo Firenzuola come rilevava giustamente, nel 1904, Ferdinando Carlesi (anch’esso titolare di una Via) ed invitando il Sindaco alla correzione. Ci vollero ben sette anni, ma finalmente nel 1911 il Comune deliberò la permuta della targa: è passato un secolo ma ancora non si è provveduto.
Nel provvedimento si legge: correzione per palese errore ortografico relativo a ben 13 strade tra le quali Via Francesco Beccatelli da cambiare con Giovan Francesco Becattelli; Via Anselmo Fauli da sostituire con Francesco Fauli e così via.
Altri strafalcioni ci sono in tutto il territorio, ne citiamo due ma nell’area comunale tanti sono gli sbagli per cui invitiamo i cittadini a segnalare alla redazione di “Notizie di Prato” le anomalie. Dei due il primato resta  sicuramente a Attilio Cerutti che fu rinominato Emilio, e la vicenda non finisce qui. Dopo insistenti segnalazioni fu decisa la rimozione della targa di ceramica sostituendola con quella a bandiera nascosta però dietro ad una insegna commerciale. Nuova protesta e questa volta si è superato il limite del buongusto: è stata ricollocata la vecchia targa e al posto di Emilio un bel nastro adesivo!
Il secondo caso è quello di Via Pier Cironi; in molte città italiane l’illustre pratese protagonista risorgimentale è ricordato col vero nome di Piero (ad esempio Milano) mentre nella sua città natale il nome è tronco che però fa pendant col degrado della Via. Sperando di scuotere qualche coscienza e stimolare l’amore per Prato, torneremo in futuro sul tema del decoro.

Alessandro Assirelli

PRATO SCOMPARSA/Via Dante negli anni ’30, quando era una delle arterie di scorrimento del (poco) traffico cittadino

VIA DANTE, LA CITTA’ CHE CRESCEVA

Lo sviluppo urbanistico della Prato dell’inizio del ventesimo secolo è stato non solo determinato da nuove costruzioni, ancora prevalentemente ai margini interni delle mura urbane, ma sicuramente anche dall’inaugurazione di nuove arterie, dove di certo non si presentavano ancora i problemi di traffico che portarono dagli anni ’30 ai ’50, a costituire addirittura nuove aperture nelle mura (la porta Frascati) e fornici pedonali ai lati delle porte storiche (Porta Pistoiese).
Tuttavia, sebbene il Viale Piave sarebbe arrivato solo all’inizio degli anni ’30, il panorama nei pressi del Castello dell’Imperatore stava mutando. Sul profilo delle vestigia della seconda cerchia muraria, dove si poggiano gli edifici annessi alla chiesa di san Francesco, e dietro al relativo abside, nel 1912 fu aperta l’attuale via Dante, dove in poco tempo sorsero svariati edifici di grande eleganza, alcuni con deliziose finiture liberty, in un profilo abbastanza anomalo per una strada del centro pratese, tuttora intatto nella sua fila di case da un lato ed il lungo muro di cinta sull’altro, dal lato della chiesa, dove a parte qualche piccola modifica ai due soli edifici presenti, è cambiato ben poco.
Guardando la foto in oggetto, risalente agli anni ’30, si nota subito che dopo il villino, che ancora è affacciato sulla Piazza delle Carceri, c’era una piccola porzione di giardino, che si trovava in angolo con la scomparsa stazione del tramway, che era molto sporgente rispetto all’attuale profilo del Viale Piave, indicativamente dove ora c’è il parcheggio dei motorini.
Affacciandosi da quell’angolo avremmo visto il Castello già in fase di restauro, quindi con le attuali merlature, ma al posto dell’inizio del viale, la sopracitata stazione e tanti olivi nella più larga fascia intorno alla fortezza. Una fase in realtà molto poco documentata sebbene le foto della facciata del castello abbondino.
Nella foto (della quale ringrazio Carlo e Fiorello Innocenti) si scorge anche l’ampia piazza in tutta la sua estensione, con il fondo del palazzo dell’attuale Caffé Bacchino ancora privo degli sporti squadrati, modifiche arrivate molto tempo dopo.

Daniele Nuti
Prato scomparsa

LA NOSTRA STORIA/Il Corpo dei Valletti comunali compie 80 anni: ecco tutti i passaggi dal 1931 ai giorni nostri

I Valletti aprono il corteo a Figline

Quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario della fondazione del Corpo dei Valletti comunali e, malgrado le frequenti uscite settembrine, quasi nessuno ricorda qualcosa sulla costituzione della nostra rappresentanza storica che onora Prato rendendola fiera del suo passato, mentre sembra prevalere una malattia che si annida nella società odierna: il disinteresse.
Con queste brevi note cerchiamo di sensibilizzare i pratesi ricordando loro notizie poco conosciute, e gli amministratori indifferenti con la speranza che valga da stimolo a conservare una testimonianza fino a qualche tempo fa talmente invidiata al punto di contagiare numerose realtà locali. Infatti il proliferare di nuovi Gruppi, a volte discutibili sotto il profilo del passato, ne è la testimonianza non solo in Toscana.
La storia incomincia nel 1931 quando, in occasione della riconsegna al Comune delle due chiavi del forziere della Sacra Cintola, custodita in cattedrale, da parte del vescovo, ed altresì nel clima del dopo Concordato dove il regime fascista intendeva avvicinarsi il più possibile alla Chiesa, anche il podestà di Prato Diego Sanesi si adeguò agli ordini del suo partito. Al fine di rendere la cerimonia più solenne, fu deciso di sostituire i custodi del Gonfalone municipale, allora poco presentabili e attaccabrighe, con alcuni figuranti disegnati dall’ufficio tecnico comunale che si richiamò a un generico passato della città, mentre il Labaro fu un vero capolavoro di artigianato disegnato da Tebaldo Donnini e ricamato da Nerina Querci.
Dopo la seconda guerra mondiale, i Valletti crebbero di numero, ma purtroppo erano affidati alla buona volontà di un donzello comunale che li gestiva come poteva, più alla maniera di un gruppo di amici che al rigoroso complesso storico. Nel 1975 chi scrive, su richiesta dell’allora sindaco Lohengrin Landini, decise di togliere i Valletti dai maleodoranti scantinati del palazzo comunale per collocarli in una sede decorosa, con docce, armadietti personali e tutto quanto occorreva alla dignità della Compagnia. Mancava ancora un aspetto fondamentale: il rinnovo dei costumi con la cancellazione degli evidenti, e anche imbarazzanti, svarioni storici; uno per tutti era la figura del Capitano del popolo, che si proponeva con una divisa tipicamente cinquecentesca, con elmo e corazza, mentre il personaggio rappresentato risaliva al Duecento. II grande e contagioso entusiasmo di Landini e il suo amore per la città furono determinanti. Mi autorizzò a ricercare nel passato e nei documenti del Comune e comporre un nuovo Corpo dei Valletti, consono alla ricostruzione del passato  che essi avrebbero dovuto rappresentare.
L’allora assessore alla cultura istituì una commissione di storici locali al fine di valutare la congruità e la validità delle mie proposte (anno 1351) sui nuovi costumi. Molti i tentennamenti ma grazie alla determinazione dell’assessore e ai precisi e amichevoli suggerimenti di un altro profondo conoscitore di Prato, Luciano Santini, i bozzetti e i successivi figurini divennero realtà. Prima di passare alla sartoria e quindi al vestimento delle nuove livree, organizzai due momenti promozionali per informare la città del prossimo radicale cambio delle uniformi: il primo si concretizzò con l’incarico al compianto pittore Renato Cellai di rappresentare iconograficamente tutte le figure che avrebbero composto il nuovo Corpo dei Valletti, e il secondo l’allestimento di una mostra al ridotto del Metastasio, composta dai bellissimi quadri dell’artista (oggi dispersi o appesi singolarmente in alcuni uffici), dalle armi e armature e da alcuni costumi.
Alla esposizione inaugurata il 13 ottobre 1979, fui onorato della presenza del vescovo Fiordelli (notoriamente restio alla mondanità), del senatore Guido Bisori e di Roberto Giovannini.
In seguito un quotidiano locale pubblicò, raccolte in un’elegante cartella oggi ricercatissima, tutte le immagini delle singole figure a colori. Nel frattempo predisposi la fondazione del gruppo di sbandieratori, da affiancare ai Valletti, che il successore di Landini non ritenne opportuno accogliere. Mancava solo la fabbricazione della stoffa, poi eseguita con straordinaria perizia da un lanificio pratese. Occorsero quasi due anni di lavoro di sartoria ma finalmente, l’8 settembre 1980, il nuovo Corpo dei Valletti comunali era pronto per farsi ammirare dalla città.
La sfilata iniziò con la consegna da parte del sindaco, sul ballatoio del palazzo Pretorio, della Mazza di comando al Capitano del Popolo. Successivamente il vescovo investì ufficialmente il Capitano di Parte Guelfa consegnandogli la pergamena di nomina. Anche la Regione volle dimostrare la sua riconoscenza alla lunga ricerca, consegnandomi il Pegaso 1981 (dello scultore Lando Landi) e consentendo ai Valletti di sfilare nel centro di Firenze (unica occasione), accompagnati da 1.200 figuranti in costume provenienti da tutta la Toscana a rendere omaggio alla nuova Compagine pratese.
Purtroppo l’epilogo di questa che sembra una bella storia non è stato come tutti potrebbero immaginare. La Regione Toscana con una discutibile e oltraggiosa decisione, ha  abolito senza alcuna giustificazione tredici anni di conferimenti e i nomi dei relativi destinatari dell’alto riconoscimento, mentre il Comune ha cancellato senza motivo e nessuna giustificazione, la commissione organizzatrice istituita per sovrintendere alla gestione del Corpo dei Valletti in applicazione del regolamento a suo tempo approvato dal Consiglio comunale. La Commissione era composta da membri del Consiglio, il cui segretario era il capo del Cerimoniale. Inoltre aveva il compito di applicare il piano già esistente per l’istituzione degli sbandieratori, divisi in quattro gruppi rappresentanti i Quartieri, il cui futuro era di portare l’immagine di Prato nel mondo oggi tanto importante.
Queste poche righe per invitare i “vecchi” e i “nuovi” pratesi a sollecitare l’amministrazione comunale affinché continui, e concluda, l’opera avviata nel 1980 il cui nobile scopo era quello conservare il prezioso passato con la rappresentazione animata dei messaggeri della nostra storia, anche se fino ad oggi sembra prevalere l’indifferenza negli apparati politici e amministrativi.

Alessandro Assirelli

LA NOSTRA STORIA/Cinque secoli fa il Sacco di Prato: ecco come le cronache dell’epoca raccontano la strage di innocenti

L’esplosiva miscela composta dalla politica e dalla religione spesso ha provocato disastri a spese di popoli inermi o succubi dei loro governi, la cui perniciosità la leggiamo tutti i giorni nelle cronache internazionali. Anche Prato ha pagato un altissimo contributo di sangue e crudeltà, quando il 29 agosto 1512 l’esercito spagnolo composto da soldataglie e avanzi di galera, guidato dal Vicerè e accompagnato dal Cardinale Giovanni di Lorenzo de’ Medici fece irruzione nella nostra città uccidendo, rubando, violentando e prendendo in ostaggio tutte quelle persone dalle quali l’orda sanguinaria riteneva di trarne profitto attraverso il pagamento di un riscatto, arrivando persino a rubare le padelle nelle case.
Pensavamo di trovare qualcosa di nuovo leggendo il saggio del professor Stumpo pubblicato nella Storia di Prato curata dal Comune; purtroppo quanto scrive l’esperto ci delude e ci allarma facendoci fare un parallelo coi giorni nostri: è possibile che una strage risalente a cinque secoli fa sia ancora avvolta, almeno parzialmente, nel mistero? Ecco le affermazioni del docente: “Anche se si è scritto molto su tale tragico avvenimento, non è stata fatta in realtà molta chiarezza. Il numero dei morti figura in vari autori di gran lunga eccessivo, stimato a volte in alcune migliaia, mentre è certo che non furono superiori ad alcune centinaia. Ciò perchè si è confuso il numero dei morti con quello dei soldati presenti in Prato. Questi ultimi tuttavia, al momento dell’ultimo assalto, riuscirono quasi tutti a defilarsi e fuggire verso Firenze.”
La cronaca. Nell’ora del “brucello”, come dicono i pratesi, l’orda famelica aprì una breccia alla Porta al Serraglio, vicino al bastione del Magheri semidistrutto nel 1845 per far contento il cavalier Gaetano Magnolfi, e invase la città dove in quel punto venne collocata una lapide.
L’orrore fu indescrivibile, anche perchè le belve erano affamate e assetate visto che i contadini fuggendo avevano avvelenato i pozzi e portato via tutto quanto potevano. Arrivarono al punto di uccidere un panciuto frate per poi cuocerlo in un pentolone, sollecitati dalla loro credenza musulmana. Le violenze non si contarono mentre Giovanni de’ Medici fino ad allora Proposto della chiesa e pastore delle anime pratesi, poi divenuto Papa Leone X, assisteva alla strage pensando che Firenze si sarebbe piegata dopo quel tragico esempio consentendo il ritorno al potere della potente famiglia fiorentina. E così avvenne.
In ricordo degl’innocenti barbaramente uccisi e dei quali non ci interessa il numero in centinaia o migliaia, vogliamo ricordare un atto di generosità, di un gruppo di pistoiesi guidati da un grande spadaccino, Franco Gori, le cui gesta sono narrate in un antico codice manoscritto da un certo Trinci e dedicato a Filippo Strozzi. Ecco una sintesi di allora relativa al Sacco di Prato che riportiamo in forma integrale: «Le genti della Lega pervengono a Prato, con animo di mettervisi a oste. Risaputolo i fiorentini , avresti subito veduto farsi in ogni lato apparecchiamenti guerreschi, levar nuova gente, raccogliere quelle milizie che avevano battezzato col nome di soldati; perocchè tolte dai campi e da’ borghi vicini e messe, già qualche anno innanzi, al soldo, avevano aria d’esser piuttosto una mano di villani. De’ quali gli Spagnoli faceansi beffe, e ardevano di menar le mani con loro, tenendosi certi che gli avrebbono macellati come pecore. Veramente era un dire di tutti, che costoro andavano a farsi ammazzare e non a combattere. In pochi giorni furono raccolti in città un diecimila di questi veterani. Inoltre vennero dal contado di Pistoia secento uomini d’arme forti, valenti, e a guerra lungamente usati, e mille da Pisa di provato valore. Tra questi fu Franco Gori pistoiese, capo di parte Panciatica e uomo che in grandezza di persona e di valore i nostri tempi non video forse l’uguale. Gli Spagnoli in tanto numero lo circondarono, e con tal’impeto gli si serrarono addosso che lo ebbero nelle mani; e mentre era condotto prigioniero, o fosse a ludibrio o fosse a vendetta di parte, fu improvvisamente percosso d’un pugnale alle spalle e cadde morto. Molti Bolognesi fattisi intorno al cadavere, lo straziarono miseramente».
Alessandro Assirelli

IL SONDAGGIO/Dite la vostra sul progetto del Comune che vuole realizzare un viadotto per superare la strozzatura del Soccorso sulla Declassata

E’ l’argomento che ha caratterizzato il dibattito in città in questi primi giorni di agosto: la soluzione proposta dal Comune per risolvere il nodo del Soccorso sulla Declassata. Nei giorni scorsi il governo ha garantito il contributo per 16 milioni di euro per realizzare un viadotto in grado di far dimenticare l’attuale strozzatura. Le opposizioni hanno subito bocciato il progetto, preferendo la soluzione dell’interramento. Lo stesso hanno fatto i membri del Comitato del Soccorso. Noi di NdP abbiamo deciso di sentire sul tema i nostri lettori. Come al solito il sondaggio non ha nessuna pretesa di scientificità. E’ solo un modo per consentire ai nostri lettori di esprimere la loro opinione. Sarà possibile votare fino a giovedì 11 agosto a mezzanotte.

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GREEN CARD/La plastica, la “regina” dei rifiuti. Ne produciamo tanta (anzi troppa): la prima colpa è degli imballaggi

Nella nostra vita quotidiana non ci rendiamo nemmeno conto della enorme quantità di plastica che ci passa per le mani. La prima volta che ti accorgi che è tanta, è quando cominci la raccolta differenziata e, una volta diviso, hai davanti a te un sacchettino che contiene l’umido da una parte e un container di plastica alto come te dall’altra, con bottiglie, involucri di vario tipo, boccette di prodotti per pulire e così via. Va detto che a volte solo per liberare un etto di stracchino si riesce a riempire un mezzo sacchetto dell’immondizia, non parliamo poi di tutti gli imballaggi dei prodotti tecnologici, si impiega un’ora e mezza a dividere l’involucro di un cellulare, e più il prodotto è piccolo, più viene bastardamente nascosto in mezzo a chili di plastica, polistirolo e cellophane. In pratica, quando fai il tuo acquisto torni a casa con una busta che stenta a passare dalla porta e, scartato il tutto, ti resta una cosa piccola come una nocciolina. Il buon senso di chi produce non è ancora stato regolato per legge, penso che dovrà per forza esserlo, comunque non c’è da stupirsi che le plastiche costituiscano il problema principale da risolvere nella gestione del ciclo dei rifiuti. Timidamente, nel corso degli anni, abbiamo cominciato a prendere provvedimenti. Timidamente. Intanto, per quanto riguarda gli imballaggi, il decreto Ronchi, in recepimento della Direttiva comunitaria 94/62 ha cominciato a fissare i primi obiettivi di recupero e riciclaggio dei materiali ed ha previsto un meccanismo di cooperazione tra produttori, costituiti in una struttura consortile, il Conai, e gli enti locali finalizzato alla collaborazione nell’affrontare gli oneri della raccolta differenziata. Successivamente il Testo unico sull’ambiente ha allargato la possibilità di ulteriori consorzi, prettamente di filiera e differenziati a seconda dei tipi di imballaggio. Allora, i produttori, tramite i consorzi, si impegnano a ritirare le plastiche da imballaggio (ma anche l’alluminio ed il vetro) raccolte dai Comuni e comunque dalle società che operano per conto degli enti locali. In pratica, “acquistano” i rifiuti da imballaggio e con ciò forniscono il loro contributo alla raccolta differenziata. Intendiamoci, in tutto ciò nulla viene regalato, perché ogni prodotto lo acquistiamo comprando anche il suo imballaggio, oltre, naturalmente a pagare la tassa di smaltimento dei rifiuti, ma questo sistema ha fin qui permesso di limitare la spesa dei Comuni sulla raccolta differenziata che altrimenti sarebbe stata proibitiva. Il risultato della raccolta differenziata, e parlo delle plastiche, non va tutto ai consorzi. Ci sono infatti plastiche che non costituiscono imballaggio e fanno parte del residuo indifferenziato che finisce in discarica o incenerito. Verrebbe da chiedersi allora, quanta altra plastica c’è nelle cose che utilizziamo tutti i giorni? Tanta. E comunque il sistema dei consorzi si è dimostrato insufficiente a dare la spinta decisiva al superamento degli obiettivi di raccolta differenziata, che almeno qui in Toscana è ancora lontano (seppure Prato stia costantemente migliorando la sua situazione), soprattutto perché rimanendo essi come tramite nel sistema del riciclo, non si ha tutt’oggi un incontro diretto domanda-offerta tra imprese che riciclano e comuni che producono rifiuti, che sarebbe utile anche ad un miglior sviluppo di un mercato della materia prima-seconda. Questa riflessione è stata fatta tre anni or sono dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e sicuramente sarebbe interessante aprire una discussione su questo tema, che è legato fortemente alle decisioni che stiamo prendendo nella piana sul ciclo dei rifiuti. Il piano interprovinciale non contempla i centri di riciclo o di selezione privati presenti sul territorio e non compie uno studio sul possibile mercato che sarebbe stato interessante analizzare, non solo per una soluzione al problema rifiuti, ma anche per creare nuove opportunità di investimento e di lavoro. Fatto sta che la normativa europea e le nostre stesse leggi di recepimento ci impongono una gerarchia dei rifiuti che è anche una gerarchia di buonsenso, imponendoci prima di tutto di diminuirli questi benedetti rifiuti, poi di dividere e riciclare, e solo dopo di incenerire e di smaltire nelle discariche. Non solo, ma esiste anche una normativa sui cosiddetti “Acquisti Verdi”, appositamente studiata per le pubbliche amministrazioni che dovrebbero destinare una quota dei loro acquisti a prodotto riciclati, ma di questo parleremo più avanti. Per quanto riguarda noialtri consumatori, siamo sicuramente vittime della sacchettata di imballaggi di cui vorremmo immediatamente sbarazzarci anche solo per godersi la vista del nostro bel prodottino appena acquistato. Separare gli imballaggi è sicuramente un lavoretto abbastanza uggioso, però non esageriamo nelle lamentele, perchè fa bene alla salute di tutti noi.

Lisa Taiti

PRATO SCOMPARSA/Quando dentro il Cassero lavoravano gli artigiani che producevano le funi

Nella mia esperienza come operatore museale, a Prato, ho potuto capire quanto ancora i pratesi stessi stiano scoprendo, angoli della città un tempo inaccessibili, o comunque luoghi non troppo visibili nella quotidianità. Uno di questi posti è senz’altro il nostro Cassero Medievale, un corridoio che univa le mura trecentesche al castello, e che ora, nella porzione rimanente, rimane ubicato tra il viale Piave e via Pomeria.
Una struttura nata a metà trecento, e che rappresenta come i pratesi, nella loro laboriosità, hanno spesso trasformato il senso dei luoghi storici rendendoli ad uso laboratorio. Ed ecco come si scorge che in un momento oramai remoto, all’interno della struttura dismessa, e già privata del suo collegamento con la fortezza Federiciana, vi si svolgessero attività artigianali, come quella testimoniata nella foto (tratta dal libro “Il corridore di Prato: Una fortezza medievale restaurata” di R. Dalla Negra e P. Ruschi).
Qual è stata l’ultima attività artigianale svolta nel Cassero? E’ presto detto, la fabbricazione delle funi, un attività che all’interno della città ha spesso avuto molteplici luoghi di svolgimento, tra cui anche, nei mesi estivi, la sommità delle mura su via San Fabiano, dove gli artigiani camminavano pericolosamente per stendere le corde.
Ma torniamo al Cassero, e sul perchè di questi utilizzi in un luogo un tempo militare. Alla fine del ’700, fu proprio il Genio Militare, titolare dei locali, a cederli per nuovi utilizzi, fu così che in una ventina d’anni fu stipulato un accordo che prevedeva il frazionamento interno della lunga struttura, per sezionarla e venderla a privati per questo scopo. E’ questo il momento in cui, per illuminare meglio i locali, si aprirono in breccia le finestre di tipo termale, che ancora oggi i visitatori della struttura possono vedere, aperture che affiancarono e in certi tratti sostituirono le piccole feritoie medievali.
Fu soprattutto a fine ’800 che la struttura fu modificata, la demolizione di venti metri di corridoio su via dell’Arco la scisse in due tratti, e molte aperture vennero aperte sui lati, ma chiaramente, la maggior ferita fu la demolizione che nel 1930 eliminò il lungo tratto che va dall’attuale ingresso al portale posteriore del castello, isolando per sempre il corridoio, che fino ai restauri degli anni ’90 rimase dimenticato. Il nuovo assetto post-restauri ha restituito alla struttura la funzione di passaggio pedonabile, e  quando è possibile trovarlo aperto, ci da un ulteriore risvolto di una città piena di storia.

Daniele Nuti
Prato Scomparsa

GREEN CARD/L’inceneritore (o termovalorizzatore) non è più una scelta conveniente, e non solo per l’ambiente ma anche per le tasche

In Europa ci sono oltre 350 inceneritori attualmente attivi e le politiche dei diversi paesi dell’Unione sono molto diverse tra di loro: c’è chi ha investito molto nella raccolta differenziata ed ha cercato di ridurre a monte la quantità di rifiuti prodotta, di fatto anticipando gli obiettivi che poi sono stati tradotti nella direttiva 2008/98/CE, ma ci sono anche paesi che continuano ancora a “bruciare” i rifiuti, perché gli inceneritori fanno questo, bruciano la spazzatura.
E noi? In Italia, in molte zone, siamo indietro sia come dati sulla raccolta differenziata, sia come utilizzo delle tecnologie di incenerimento. In particolare proprio la nostra piana dipende ancora molto dalle discariche e questa non è propriamente una buona notizia. Il piano interprovinciale, per ovviare al problema delle discariche in esaurimento, prevede anche la costruzione di nuovi termovalorizzatori.
Bene, intanto facciamo chiarezza: inceneritori e termovalorizzatori sono la stessa cosa, perché entrambi bruciano rifiuti, ma in Italia abbiamo sentito il bisogno di introdurre il concetto di termovalorizzatore, sconosciuto altrove. Termovalorizzatore è un impianto progettato per ricavare energia dalla combustione dei rifiuti, si distingue quindi dagli impianti che semplicemente hanno lo scopo di smaltire rifiuti, o meglio “si distingue” è un parolone, dato che sempre di combustione di rifiuti si tratta. In Europa gli inceneritori si distinguono (ci insegna la Corte Europea) tra impianti che producono energia e impianti che smaltiscono e basta, ma sempre “inceneritori” si chiamano.
Noi italiani però, ci siamo voluti distinguere non solo nelle definizioni, ma anche nella sostanza: l’energia da rifiuti in Italia è considerata assimilata alle rinnovabili. Gode quindi degli incentivi, i cosiddetti Cip6, ovverosia viene pagata più cara dal gestore nazionale, come le altre rinnovabili. Questo sistema è in realtà una forzatura che l’Europa ha prontamente bocciato, aprendo una procedura di infrazione che ha costretto il nostro governo a fare una parziale retromarcia, con l’applicazione degli incentivi solo agli impianti in esercizio e non a quelli ancora da costruire.
Teniamo quindi presente che gli inceneritori (se li chiamiamo alla maniera europea) che si stanno per costruire nella nostra piana, che produrranno energia, non godranno di questi incentivi e sarà dunque molto più lunga la strada per ammortizzare gli ingenti investimenti (l’ampliamento dell’inceneritore di Montale, che produce energia ma godrà di incentivi, è costato 30 milioni di euro).
Non solo. Nel 2003 una decisione della Corte di Giustizia Ue affermava che l’incenerimento dei rifiuti non può essere considerato di per sé recupero energetico per il solo fatto che produca energia (come è stato per lo più fatto in Italia per i termovalorizzatori), ma ogni impianto, per considerarsi impianto di recupero energetico, non deve avere come finalità principale lo smaltimento dei rifiuti. Deve cioè rispondere a requisiti di efficienza nella produzione di energia e di utilizzo della stessa. La Corte di Giustizia, in soldoni, da anni invita tutti caldamente a non travestire un impianto di smaltimento da impianto per la produzione di energia. Quest’ultimo, come tale, dev’essere realmente efficiente nel recupero (funzionare bene per i profani) e non costituire solo un modo comodo e pratico per sbarazzarsi della spazzatura.
Questo orientamento rispecchia appieno proprio la normativa europea sui rifiuti, recepita recentemente anche da noi. La legge opera una “gerarchia dei rifiuti”, ovverosia stabilisce le priorità da seguire nelle scelte come quelle che la piana sta affrontando in questi mesi. Al primo posto troviamo la diminuzione dei rifiuti alla fonte e le politiche virtuose sulla produzione dei rifiuti, al secondo posto il riciclaggio dei rifiuti e il loro riutilizzo come materie prime-seconde, al terzo posto il recupero di energia (tramite combustione negli inceneritori), al quarto e ultimo, che costituisce la scelta residuale ed estrema, il ricorso alla discarica. L’incenerimento come metodo di smaltimento puro e semplice non ha ragion d’essere. La distinzione tra inceneritori e termovalorizzatori, azzerata.
Per leggere la pianificazione dei rifiuti, così come elaborata a livello interprovinciale anche da noi, dobbiamo allora tenere presente che, oltre agli obiettivi di raccolta differenziata che ci impone proprio questa normativa, affinchè il piano sia corretto, e ciò a prescindere da ogni considerazione concreta (che va comunque fatta) sull’impatto ambientale degli impianti, quella gerarchia deve essere rispettata.
Gli inceneritori, e intendo quelli che recuperano energia che sono i soli contemplati nella gerarchia dei rifiuti, non costituiscono quindi una soluzione nello smaltimento dei rifiuti, ma sono una delle soluzioni e anzi, la penultima soluzione da prendere, secondo la legge. Sicuramente alla base di una scelta di questo tipo da parte della Comunità Europea sta non solo la preoccupazione che desta l’insediamento di questi impianti, ma anche l’opportunità di investire in tecnologie come queste, in un momento in cui l’obiettivo primario di tutti dovrebbe essere il ricorso alla minor produzione e alla maggior divisione e differenziazione possibile dei rifiuti, al fine di recuperare quante più materie prime seconde da riutilizzare.
Dobbiamo quindi chiederci se la pianificazione che ci riguarda sia razionale sotto tutti i punti di vista, non solo quello ambientale che è il principale, ma anche di opportunità economica.

Lisa Taiti

PRATO SCOMPARSA/Quando le vecchie Poste di piazza San Marco erano… nuove

Piazza San Marco è da sempre uno dei luoghi più discussi della città, e rappresenta una delle “ferite” nell’antico contesto delle mura trecentesche, che in questo preciso punto subirono quel “piccone demolitore” che fece scomparire la Porta Fiorentina, l’affaccio a sud della città.
Dagli anni ’30 in poi quella ferita nelle mura è stata in parte rimarginata grazie alla costituzione di una identità di tale luogo, prevalentemente utilizzato come fondamentale arteria del traffico in entrata e uscita dal centro, proprio com’era nelle intenzioni del Viale Piave, altra ferita nel tessuto storico realizzata nel ventennio.
In un momento di forte crescita demografica, ad inizio anni ’50, molte realtà del centro subirono modifiche, e sì pensò, tra le altre cose, al trasferimento degli uffici postali, ubicati in quel momento nei locali del Palazzo Novellucci, in via Cairoli, oramai insufficienti e poco pratici, sebbene restaurati in tempo record dopo i bombardamenti del conflitto bellico, che li rasero quasi al suolo.
Fu così che la scelta del luogo dove costruire il nuovo edificio delle Poste e Telecomunicazioni cadde sull’angolo tra piazza san Marco e via Pomeria, dove ancora erano ben visibili le mura ed il cassero, poiché l’unica costruzione, se così si può chiamare, che era presente in quel punto, era un piccolo distributore di benzina. Per il resto, fino alla villa Liberty su via Pomeria, era solo un grande giardino. I primi progetti presentati, non convinsero affatto, e furono criticati poiché somiglianti ad un casamento rurale o una caserma, così, nel 1952, arrivò il progetto dell’architetto Aldo Bartùli, subito approvato dalla Commissione Edilizia, ed in pochi anni l’edificio fu inaugurato (1957).
Costruito ad una certa distanza dalle Mura, con una zona a verde nel rispetto delle antiche preesistenze, e rialzato di un piano successivamente, era un edificio sicuramente non bello come estetica, ma molto particolare all’interno, con marmi pregiati e suppellettili in stile abbastanza severo ma molto funzionali. Tuttavia le Poste in questa sede non hanno avuto vita lunghissima, poiché già nei primi ’80,  si sono trasferite nei locali attuali di via Martini, e dopo qualche anno è iniziato l’abbandono. Ultimamente, durante i lavori di demolizione, avvenuti nel giugno 2011, ho potuto coglierne altri aspetti e immortalarli su foto, come ad esempio il delizioso murale che ornava la parte superiore del bancone, un disegno astratto con i vari simboli architettonici della nostra città.

Daniele Nuti
Prato Scomparsa

GREEN CARD/Il Piano interprovinciale dei rifiuti, questo sconosciuto: quando la politica parla di ambiente solo sotto elezioni

Nel magico mondo della politica l’ambiente va parecchio di moda, ma parlare di rifiuti non pare acchiappare entusiasmo e non produce dibattiti memorabili. Sapete che le tre province di Prato, Firenze e Pistoia stanno approvando il Piano interprovinciale dei rifiuti?  O meglio, è partita lo scorso agosto la procedura di approvazione, al secolo Vas  (valutazione  ambientale strategica) prevista dalla legge nazionale (D.Lgs.152/06) per i piani e i programmi che possono avere impatti significativi per l’ambiente ed il patrimonio culturale.
Ebbene, qualsiasi programmazione sul territorio che riguardi i rifiuti ha senza ombra di dubbio un considerevole impatto ambientale, perché contempla gli obiettivi sulla raccolta differenziata e soprattutto l’impiantistica che si ritiene necessaria a chiudere in efficienza il ciclo dei rifiuti, e per efficienza intendo anche nel rispetto della normativa europea recepita anche da noi. Per impianti invece, intendo tutti quelli che operano nel ciclo dei rifiuti, quali gli impianti di trattamento dei rifiuti (ad esempio di compostaggio), o quelli di smaltimento come le discariche. Tra questi, gli inceneritori, o termovalorizzatori che dir si voglia (sulla distinzione ci soffermeremo più avanti), il cui insediamento non è mai cosa che qualsiasi cittadino sia disposto a festeggiare.
Comunque, tolti gli appassionati di ambiente, i cittadini vengono poco coinvolti nelle questioni riguardanti i rifiuti. Questo, per il mondo politico, appare un tema accattivante in campagna elettorale, ma una volta vinte le elezioni serve principalmente ad annoiare l’elettorato e a sobillare inopportunamente chi intende opporsi all’insediamento di un termovalorizzatore o una discarica. Quindi l’argomento riceve mai un’attenzione di primo piano sulla stampa, nè tende a infiammare i dibattiti quanto, ad esempio, la sicurezza, i parcheggi e così via. Naturalmente salvo proprio nei comuni che ospitano un impianto, o sono in procinto di vederne costruito uno. Invece, secondo me, meriterebbe più spazio.
Le politiche sull’ambiente sono riassunte, nel mondo politico, in unico proclama: “faremo la raccolta differenziata” che è sicuramente cosa buona e giusta, ma nessuno si premura di spiegare mai perché. Quindi, ci si può domandare: ecco, una volta che ho differenziato tutta questa roba cosa faccio? Ecco, il piano interprovinciale, in teoria, serve a rispondere a domande come questa. Il documento che il 30 luglio scorso (a nessuno sembri remota questa data, il percorso non è ancora stato ultimato) è stato approvato dalle tre provincie della piana è abbastanza complesso, è costituito da 140 pagine suddivise in 4 capitoli, il primo introduce il procedimento di Vas (acronimo di “valutazione ambientale strategica”, il mondo dei rifiuti è pieno  di acronimi come un rapporto della Cia), il secondo è dedicato alla descrizione del piano vero e proprio, il terzo analizza la situazione dell’ambiente in ogni suo aspetto (dalla qualità dell’aria, al rischio idrogeologico e sismico, a flora, fauna e biodiversità) e del territorio delle tre province ed quarto contiene una prima analisi di coerenza degli obiettivi e degli orientamenti del piano stesso, oltre a considerazioni in merito alle alternative.
I dati essenziali da leggere nel piano sono comunque proprio gli obiettivi in materia di raccolta differenziata e gli impianti. Nella prima fase di lavoro ciascun comune ha presentato le proprie osservazioni, insieme, e questo è importante alle Asl competenti per territorio, che hanno un compito di non poco conto nella valutazione di impatto che tutta l’impiantistica avrà sul territorio. L’obiettivo di raccolta differenziata programmato è quello del 65%, quindi quello previsto dalla legge. Più complesso il tema degli impianti, ce ne sono molti, interessante è riportare qui le tabelle che il piano prevede, con impianti esistenti e impianti da realizzare o in corso di ristrutturazione.
Il Piano che riguarda le province di Prato, Pistoia e Firenze è facilmente reperibile in rete, se volete provare il brivido di entrare in una procedura amministrativa e capire la complessità del tema (ma non arrendetevi mai): si trova sul sito della Provincia di Pistoia (vedi). Noterete che a pagina 25 vengono elencati tutti gli impianti, tra esistenti e previsti. Quindi avremo 4 inceneritori nell’area, se si comprende quello di Prato, la cui costruzione appare subordinata, 7 impianti di compostaggio, 8 discariche, considerando impianti esistenti e programmati.
E’ ora di domandarsi, come cambia la nostra piana? Come si conciliano obiettivi e impiantistica? Ecco, importante è far presente che fondamentalmente la pianificazione è la stessa da circa dieci anni, il cambio di passo si è avuto più che altro negli obbiettivi della raccolta differenziata, che sono in linea con l’ultima direttiva europea che chiede senza dubbio un maggiore sforzo, ma il fatto di avere meno materiale indifferenziato, che è poi ciò che si va a smaltire negli impianti di trattamento, non ha modificato di una virgola la programmazione. Ci si può chiedere, quindi, se non sarebbe stato opportuno, visti gli ingenti investimenti (pensate a Case Passerini, pensate che occorrono decine di milioni per costruire un inceneritore, ad esempio), rivedere l’impiantistica alla luce dei cambiamenti sul territorio, anche perché la nostra pianificazione non fa analisi su un tema fondamentale: a che punto è il mondo del riciclo, e se esiste un mercato sul territorio che possa influire sulla gestione dei rifiuti.

Lisa Taiti

PRATO SCOMPARSA/La casa del marmista Chilleri, incastrata nelle mura del Castello dell’Imperatore

Inizia da oggi una collaborazione tra Notizie di Prato e la pagina Facebook Prato scomparsa. Ogni settimana pubblicheremo una foto e un testo relativi ad aspetti della nostra città ormai non più visibili.

La casetta incastrata tra le torri del Castello dell’Imperatore, è senza dubbio uno degli elementi più caratteristici della “Prato Scomparsa”, un edificio testimone dell’attività artigianale che vi si svolgeva all’interno, ad opera della famiglia Chilleri, lavoratori del marmo sia bianco che quello più tipicamente pratese, il verde “serpentino”. Il professor Oreste Chilleri fu, tra le altre cose, progettista di quella che divenne la statua raffigurante Gaetano Magnolfi, che prima di essere installata nell’attuale sede, davanti all’omonimo orfanotrofio, fu messa in Piazza del Duomo, proprio accanto all’ingresso della via a lui dedicata.
Ma le ragioni di un edificio tradizionale addossato all’antico maniero risalgono al ’600, quando la fortezza subì quella modifica strutturale che andò a deturparne l’originaria intenzione Federiciana (per la cronaca Federico II di Svevia, e non Barbarossa!), creando di fatto una cittadella nella città. Ma tornando alla casa, che vediamo nella foto, (tratta dal libro “Prato in Piazza, di Rodolfo Betti e Giuseppe Guanci), c’è da dire che la caratteristica della bottega dei Chilleri, era una serie di marmi d’ogni sorta, appoggiati all’edificio e al muretto che circonda ancora il Castello, lastroni che arrivavano fino in via della Fortezza, proprio accanto alla Basilica di Santa Maria delle Carceri, e nelle più celebri immagini legate all’antica fortezza, soprattutto antecedenti agli anni ’50, tutto ciò è molto evidente.
I pareri sulla demolizione della casa, eseguita ad inizio ’60, sono contrastanti. I fautori del restauro del castello, che nel corso di vent’anni cercò di essere il più filologico possibile, non esitarono a distruggerla, ma sicuramente oggi il concetto d’intervento che vi si apporrebbe sarebbe in parte conservativo di quelle che, in gergo tecnico, vengono dette le “superfetazioni”.

Daniele Nuti

LA NOSTRA STORIA/La Fiera fino ai giorni nostri con la fine di una gloriosa tradizione della quale resta solo il Corteggio

Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo dedicato alla Fiera di Prato. Qui trovate la prima parte

Un momento del Corteggio storico

Avvicinandoci ai nostri giorni si nota che la Fiera si trasforma, dagl’inizi del XIX secolo, cominciando ad ospitare il parco dei divertimenti mentre le mercanzie offerte dagli ambulanti vengono collocate in via Garibaldi, il Mercatale si anima di tiri al bersaglio e giostre arrivando a sloggiare il bestiame tra Via S. Margherita e la riva del Bisenzio, dove doveva sorgere un Foro Boario mai realizzato.
Nel 1931 si fondò il Corpo dei Valletti comunali e fu proposto anche un nuovo Gonfalone disegnato da Tebaldo Donnini e ricamato da Nerina Querci, per celebrare la pace tra chiesa e Comune che nel 1901 restituì al Vescovo le chiavi della Cintola.
Anche i fuochi d’artificio attrassero fino dall’Ottocento numerosi forestieri, grazie alla fantasia di Raffaello Lombardi detto “Fumo” a cui nessuno insegnava niente sulla pirotecnia.
Negli anni Settanta del secolo scorso fu costituito il Comitato Fiera che grazie all’amore per Prato del Sindaco Landini, si decise di ripristinare la Palla Grossa (ovviamente adattata ai tempi), fu attivata la mostra al Giardino degli Ulivi, si organizzarono gare di paracadutismo, rally, torneo di baseball, la canoa cross sul Bisenzio ed altre manifestazioni minori ma molto seguite. Quello era il vero settembre pratese al quale partecipava tutta la città, dagli enti alle associazioni di categoria. Nel 1980 la svolta: un Assessore alle finanze del Comune proveniente dall’ambiente agricolo a sud di Firenze, decise la chiusura sia del Comitato Fiera che della Palla Grossa. Anche la mia proposta di dedicare le settimane di settembre alle città gemellate di Francia, Germania, America e Cina, cadde nel vuoto per l’ignoranza e la insensibilità di quell’Assessore che trovò complici nella Giunta.
Oggi è rimasto solo il Corteggio storico, ma anche questo manipolato arbitrariamente spostandolo dal tradizionale pomeriggio alla sera, perdendo così non solo quanto ci hanno tramandato gli antichi, ma i colori e l’evoluzioni degli sbandieratori. Però sono aumentati i borseggi.
Questa la situazione che confermo può essere ribaltata soltanto togliendo dalle mani di improvvisatori e politici maldestri, affinché Prato torni ad essere se stessa ed uscire dal tunnel dove si è cacciata e riconfermo la mia disponibilità.

Alessandro Assirelli

LA NOSTRA STORIA/Nascita e splendore dell’Antica Fiera di Prato, che anche Machiavelli lodò nei suoi scritti

Il Sacro Cingolo mariano

Leggo su questo sito, che ritengo essere l’unico degno di rappresentare Prato, che alcuni giovani hanno manifestato l’intenzione di riscoprire le antiche tradizioni tramite il diffuso network Facebook. Spero che finalmente quegli auspici si traducano in fatti concreti e in caso positivo metterò a loro disposizione la mia passata esperienza in merito, ed anche le conoscenze storiche che ho accumulate.
Visto che ci sono 14 mesi al prossimo settembre 2012, molto si potrà fare perché è vero, i pratesi sono stati privati di una delle loro più antiche tradizioni: la Fiera! In luogo di essa oggi si presentano una serie improvvisata di iniziative – sotto la dicitura “settembre pratese” – che non hanno nemmeno una lontana parentela con lo spirito col quale un protagonista della celebre “Mandragola” di Niccolò Machiavelli dice: “… e non vi fu Fiera di Prato, ch’io non v’andassi!”. Ma perchè si scomodò, nel ’500, anche il politico più noto della Repubblica fiorentina per tramandare ai posteri un avvenimento simile ad altre centinaia nella Toscana? Semplicemente perché era la manifestazione più conosciuta.
Cominciamo innanzitutto a dare una occhiata ai documenti dell’epoca per vedere quali erano i contenuti della Fiera. Per prima cosa, e molti ne sono all’oscuro, le fiere erano due: una di maggio e l’altra di settembre. La prima durava un solo giorno, mentre la seconda si celebrava il 7, l’ 8 e il 9 con una appendice, detta il fierino, che consentiva ai commercianti di smaltire a prezzi stracciati le rimanenze, visti i buoni affari già conclusi nei giorni precedenti. Le antiche carte, una dell’8 settembre 1239, ci hanno tramandato molti atti di vendita rogati sul Mercatale in riva al Bisenzio. Fino a questo punto la Fiera aveva una sua precipua collocazione: era l’occasione per scambiare i prodotti della terra con i manufatti della nascente industria tessile.
Col passare del tempo la Fiera cominciò a far parlare di se a seguito dei presunti miracoli che la Sacra Cintola avrebbe fatto, tanto da indurre il clero a mostrare la reliquia, l’ottavo giorno di settembre per ben tre volte: al mattino, nel pomeriggio e alla sera. Anche il Datini, nel 1400, partecipando alle processioni dei Bianchi assistette addirittura al resuscitare di un uomo colpito da un toro inferocito. L’interesse però, a parte l’aspetto religioso, continuò a crescere per la grande passione e debolezza dei pratesi: il gioco e le corse dei cavalli. Mentre il Palio di S. Romolo e di Santo Stefano caddero in disuso, nella piazza del Mercatale si cominciò a costruire un anfiteatro a cura della “Società dei Palchisti” e a disputare una infinità di corse ippiche, con relative scommesse, nel “tondo” che altro non è che l’attuale perimetro attorno ai giardini. Tra i tanti nomi succedutisi nei secoli, spicca tra i soci il nome di Niccolò Zarini notabile e benefattore pratese.
Se per i cavalli i più accaniti scommettitori erano i pratesi e i campigiani, da tutta la Toscana venivano a Prato proprio per i passare una giornata “trasgressiva”. Si giocava a tutti gl’intrattenimenti: a tirar la girella – a ronfa – a pilucchino – alla zezza – alle pallottole. Ma le più note occasioni ludiche erano, come ci racconta Giovanni Miniati nel ’500, il gioco del calcio, quello della gatta e la caccia al porco; tutti i trattenimenti si svolgevano davanti al Duomo, la Pieve, ed a parte la gatta e il porco che erano giochi barbari ma con tante scommesse, il calcio si giocava, come ancora ci racconta il Cavalier Miniati, con un pallone a vento assai ben grosso, ma solo davanti ai Granduchi in visita di cortesia.
Nella seconda parte vedremo la trasformazione e il successivo declino della Fiera
(continua)

Alessandro Assirelli

GREEN CARD/Vademecum pratico (e senza retorica) nel mondo dell’ambiente e delle tematiche ecologiche

A partire da questa settimana Notizie di Prato ospita una rubrica dedicata all’ambiente e ai temi legati alla sostenibilità ambientale. Pubblichiamo oggi il primo articolo.

Di ambiente ne parlano tutti e i mezzi di comunicazione ultimamente hanno sempre uno spazio da dedicare a questo argomento. In più, ogni politico che si rispetti infila nel proprio programma elettorale qualcosa di ecologico o qualche promessa sulla tutela ambientale. Per lo più nessuno afferra in cosa consista esattamente, ma non c’è campagna elettorale che si rispetti che non trovi validi argomenti nelle tematiche ambientali.
Né l’informazione, né la politica comunque, riescono a far appassionare il pubblico, che certamente segue questi temi perché li ritiene popolari e giusti, ma quasi sempre lo fa senza una vera consapevolezza. E alla fine di ambiente si sa tutti molto poco, sembra rimanere appannaggio di un pugno di agguerrite associazioni ambientaliste, oppure a livello locale, di comitati “contro” che denunciano qualunque cosa, che masticano termini tecnici a noi incomprensibili.
E infatti ci mancano un mucchio di concetti. Chi di noi saprebbe dare una definizione di sostenibilità ambientale? Chi di noi conosce il sistema degli incentivi alle rinnovabili, o in cosa consistono le emergie rinnovabili, quanti tipi ne utilizziamo, chi di noi sa cosa sono gli acquisti verdi, in cosa consistono le certificazioni ambientali? Ecco, di tutto questo si sa poco.
Il perché è presto detto: la politica da sempre si guarda bene dallo spiegare qualsiasi cosa, e in parte lo fa anche per una esigenza di contatto con l’elettorato, perchè in pratica deve semplificare per poter trasmettere.
L’informazione sui temi ambientali rimane indecisa tra reportage dettagliatissimi su singole tematiche o esperienze (il grande impianto eolico, la centrale termoelettrica e così via), e tra il presentare ogni tema legato all’ambiente focalizzandosi sui problemi e offrendo spesso una visione catastrofista, o quando va bene, regalando una noia mortale e allontanando a suon di sbadigli e scongiuri anche il pubblico più volenteroso. Alla fine l’ambiente, che è un tema bellissimo, annega nella retorica e finisce per rimanere indigesto. Conoscerlo meglio ci aiuta invece a capire e farsi un’opinione su tutto ciò che lo riguarda.
Mi propongo allora di partire dalle piccole informazioni sull’ambiente e sulla situazione del nostro territorio, cercando di affrontare ogni tema con spirito pratico, sperando di destare la voglia di approfondire e magari di stimolare opinioni diverse, sicuramente cercando di rendere un po’ più simpatici quei concetti, sicuramente belli, ma spesso resi irritanti o soffocanti dalla retorica, che alla fine ci fa passar la voglia di amarlo, il nostro ambiente.

Lisa Taiti

L’INTERVENTO/Luigi Sorreca: “No allo scempio in piazza San Marco, fermiamo il nuovo edificio al posto delle vecchie Poste”

Tutti noi abbiamo visto in questi giorni la demolizione delle poste vecchie. E’ stato molto bello veder apparire un pezzo di mura antiche che molti di noi pensavano non esistessero più. Ci sono passato a piedi e lo scorcio che si vede mi ha fatto pensare a come potrebbe diventare piazza San Marco se anche gli edifici dall’altra parte della strada, (davanti alla Coop per intenderci), fossero abbattuti.  E continuando magari in via Pomeria, fino all’ospedale: quanto acquisterebbe in fascino e bellezza la città? Vabbè, ho pensato, accontentiamoci di questo bel giardino contornato da mura antiche che viene restituito alla città; valorizzerà ancora di più il passaggio del Cassero e sarà uno dei pochi spazi verdi nel centro che bambini e anziani potranno godere. Invece chiedendo in giro ho scoperto che al posto delle vecchie poste verrà costruito un nuovo edificio! E’ una vergogna! Ma come è possibile? Chi ha autorizzato tutto questo?  Mi rendo conto che talvolta questo tipo di recuperi è quasi impossibile e molto costoso per il fatto che andrebbero espropriate unità immobiliari dove ci sono attività e soprattutto abitano persone; ma in questo caso, dove la proprietà è (o era?) pubblica, ci priviamo di uno spazio così bello e anche importante? Per chi? Per cosa? Da tempo si parla di recuperare la città anche dal punto di vista turistico. Conosciamo le nostre potenzialità, non potremo mai essere Siena o Firenze ma abbiamo un bellissimo centro storico medioevale e avremmo tante cose da aggiungerci, recuperando e valorizzando ciò che è in stato di semi abbandono (la lista sarebbe lunga…); ma se quando capitano certe occasioni, vengono autorizzate operazioni del genere, nel silenzio generale, può significare soltanto che i nostri amministratori (vecchi e nuovi) mancano della giusta sensibilità, del gusto, per abbellire (e arricchire) la nostra città. O ci sono altri interessi? Spero che qualcuno intervenga per fermare questo scempio.

Luigi Sorreca

IL SONDAGGIO/Braccio di ferro tra Comune e Provincia sui profughi, voi cosa ne pensate?

E’ diventato il tema del giorno, con un durissimo muro contro muro tra il Comune e la Provincia. La questione dell’accoglienza dei 13 profughi ha improvvisamente fatto salire il clima della contrapposizione politica in città. Abbiamo così voluto sondare l’opinione dei lettori di Notizie di Prato con questo sondaggio che resterà attivo fno a mezzanotte di venerdì 20 maggio. E’ possibile esprimere un solo voto e non si può rivotare (ci pensa il sistema a bloccare l’ip che ha già espresso un voto). Abbiamo cercato di offrire 5 possibili risposte tra le quali scegliere. Naturalmente non si tratta di un sondaggio fatto con criteri scientifici, non esiste un campione predeterminato e chiunque può partecipare. Lo scopo è solo quello di dare la possibilità ai nostri lettori di esprimersi sull’argomento e di ricavare un parziale termometro di cosa pensa l’opionione pubblica pratese.

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IL SONDAGGIO/Cosa ne pensate dell’ampliamento dell’aeroporto di Peretola con il progetto di nuova pista?

E’ il tema caldo del momento, che rischia di spaccare non solo l’opinione pubblica ma anche il campo politico, con opinioni contrapposte persino all’interno degli stessi schieramenti. Stiamo parlando del progetto di ampliamento dell’aeroporto di Peretola con una nuova pista che potrebbe avere pesanti ricadute anche su Prato. Per questo abbiamo deciso di sondare l’umore dei nostri lettori con questo sondaggio, che resterà attivo fino a venerdì prossimo a mezzanotte. Ricordiamo che non si tratta di un sondaggio scientifico: non esiste un campione predeterminato su basi statistiche, chiunque può partecipare esprimendo il proprio voto. Non è possibile, però, votare due volte dallo stesso computer. Questo per impedire di “falsare” i risultati con più voti espressi dalle stesse persone.

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